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La storia di Forte Strino 

 

FILMATO FORTE STRINO 

Il collegamento con la Val Camonica, fino alla metà del XIX secolo, era costituito dall’antica strada mulattiera che si inerpicava da Fucine (990 mt) a Vermiglio (1260 mt) raggiungendo l’Ospizio di S. Bartolomeo, a quota 2000 mt. Nell’immensa prateria del Tonale questa costruzione era l’unico presidio abitato ove viandanti e pastori potevano, in caso di necessità, trovare assistenza e rifugio. Da qui la strada proseguiva  in terra lombarda, discendendo verso Ponte di Legno. Quando, nel 1859, dopo la seconda guerra di indipendenza italiana, la linea spartiacque del passo del Tonale stabiliva il nuovo confine tra il regno di Sardegna e l'impero Austriaco, il governo di Vienna decise di costruire una nuova strada per garantire un efficace presidio ed un  più efficiente collegamento con quella estremità meridionale del territorio imperiale. Le caratteristiche della nuova strada dovevano consentire il più agevole transito dei convogli, soprattutto quelli militari che presentavano le maggiori dimensioni ed i maggiori carichi e che, in quel periodo, erano ancora movimentati a trazione animale. Per  ridurre le eccessive pendenze ed ampliare la sezione trasversale, fu studiato un nuovo tracciato che coincide con quello dell’attuale SS n° 42

Sul confine del passo Tonale gli austriaci costruirono un piccolo edificio in corrispondenza della classica sbarra di frontiera, per ospitare i gendarmi addetti al controllo dei transiti. Lungo la strada militare, a circa 5 Km dal Passo del Tonale, fu costruito un forte destinato ad ospitare una  guarnigione di soldati, a supporto delle attività normalmente svolte dai gendarmi di frontiera i quali  potevano contare sulla disponibilità di un corpo militare di difesa, in caso di  necessità immediate e soprattutto potevano usufruire di una sede adeguatamente attrezzata ed arredata, per effettuare con regolarità il cambio del personale di guardia al confine. Il forte fu realizzato sulla sommità di un rilievo a monte dell’adiacente strada, sul lato sinistro del rio Strino da cui prende il nome.

Le caratteristiche strutturali ed architettoniche del forte lo facevano assomigliare ad un castello e le finiture esterne, come il rivestimento di pietra finemente lavorata, conferivano al forte stesso un aspetto tale da indurre nell’osservatore quel reverenziale rispetto e timore che, nei secoli precedenti, le fortezze poste a presidio di certi territori, riuscivano ad incutere con le loro massicce strutture architettoniche.  Tali considerazioni potevano avere validità soltanto in un'epoca in cui l’arte della guerra non si era ancora evoluta al punto tale da rendere questi  fortilizi  ormai inefficaci  ai fini dell'azione difensiva a cui erano destinati. Lo sviluppo della tecnologia degli armamenti, l'aumento della potenza, della precisione del tiro delle artiglierie e della capacità di fuoco di queste, richiesero una profonda revisione dell’impostazione dei sistemi di difesa militari da cui derivò  una più moderna architettura militare con nuove tipologie di fortezze dotate di  armamenti moderni e più efficaci nell’azione.

Un significativo contributo nello sviluppo degli armamenti e delle tecniche militari proveniva, a partire dagli anni sessanta, dalla Prussia che, in quel tempo emergeva, sullo scacchiere europeo, come nuova potenza industriale e soprattutto militare in grado di contendere all’impero austriaco la prerogativa di potenza guida delle nazioni e dei principati tedeschi della Confederazione Germanica, eredi del millenario Sacro Romano Impero. Anche il giovane regno d’Italia fu coinvolto da questo slancio in campo tecnologico-industriale e militare della Prussia che, con l’obiettivo di  contendere all’Austria la supremazia in centro Europa, nel 1866, scese in guerra contro questa, a fianco dell’Italia che puntava ad espandere i propri territori nel nord-est di lingua italiana  a spese della monarchia asburgica.

La guerra fu vinta dalla Prussia che, grazie ad un esercito ben addestrato,bene armato e ben diretto, ebbe il sopravvento su quello austriaco nella battaglia di Sadowa  il 3/7/1866. L’Italia, pur perdendo nella battaglia di  Custoza lo scontro contro l’esercito austriaco e pur subendo una disastrosa sconfitta navale presso l’isola di  Lissa, sempre ad opera della marina austriaca, potè beneficiare di quanto pattuito  in virtù degli accordi di alleanza stipulati con la Prussia e il 22 ottobre 1866, a seguito del  trattato di Vienna, ottenne la provincia di Mantova, l’attuale Veneto (esclusa la zona ampezzana) ed il Friuli occidentale. Le ambizioni italiane rivolte anche alla  conquista  dei territori di Trento e Trieste che appartenevano all’Impero Austroungarico, non erano sottovalutate dalla monarchia asburgica la quale, negli ultimi anni del XIX secolo cominciò a prendere in seria considerazione la necessità di impostare un sistema difensivo lungo il confine meridionale dell’impero che, con il Trentino, costituiva un vero e proprio cuneo nella zona italiana a ridosso delle alpi. I sospetti delle autorità austroungariche sulle malcelate intenzioni, da parte di alcune  frange politicizzate nel regno d’Italia, di conquistare  quei territori, non vennero meno neanche a seguito dell’accordo della  Triplice Alleanza; il trattato di mutua difesa militare, sottoscritto il 20/5/1882 da Austria, Italia e Germania (nel frattempo unificata), fortemente voluto dall’inossidabile cancelliere tedesco principe Otto von Bismarck, il quale intendeva contrastare sia l’egemonia militare in Europa, sia la dilagante espansione nel dominio coloniale delle due grandi potenze europee, la Francia e l’Inghilterra. Fu così che nei due decenni che precedettero il primo conflitto mondiale, il governo austroungarico, temendo il rischio di aggressione da parte dell’alleato italiano, avviò una serie di interventi tesi a rafforzare militarmente le difese del proprio territorio tirolese. Le fortificazioni furono costruite lungo i confini orientali (zona di Asiago), lungo quelli meridinali e lungo quelli occidentali (Stelvio-Tonale-Garda).

Nella parte occidentale ed in particolare nella zona del Tonale furono costruite  alcune fortificazioni disposte “ a tenaglia” per contrastare, con il tiro incrociato delle artiglierie, una eventuale avanzata, dalla Valle Canonica, delle armate italiane attraverso la sella del Tonale. Furono realizzati, sul versante sinistro della Valle di Sole, il forte Zaccarana ( più in alto) e il forte  Mero (più in basso) mentre, sul versante destro, fu realizzato solo il forte Pozzi Alti o Presanella. Per garantire la piena operatività ed efficienza di tali strutture, furono realizzate, nelle retrovie, le infrastrutture di supporto logistico/militare quali caserme, fortificazioni, strade, teleferiche, ecc., nonché una centrale idroelettrica (in località Stavel) per fornire energia alle caserme, ai macchinari e alle officine militari. Anche il forte Strino fu oggetto, in più fasi, di interventi di ristrutturazione e di adeguamento per renderlo più rispondente alle esigenze strategico/militari che via via si andavano profilando. In una di tali fasi venne realizzato un fortino accessorio (forte Velon), posizionato a quota più bassa sul lato opposto della strada e collegato con il forte principale attraverso una ripida scala protetta da una copertura a volta in calcestruzzo rinforzato.

In corrispondenza del forte, per maggiore sicurezza e per favorire una più efficace attività di controllo, venne costruito anche uno sbarramento stradale con l’installazione di due enormi portoni in legno di grosso spessore che venivano manovrati, di volta in volta, dai militari per consentire il transito del  carriaggio. Il territorio presidiato dai due forti sulla sella del Tonale era stato diffusamente scavato per ricavarvi un consistente reticolo di trincee al fine di contrastare eventuali assalti nemici e per collegare le fortificazioni ridotte, disposte lungo il fronte, a supporto e protezione dei combattenti di prima linea. L’Italia che, allo scoppio della 1^ guerra mondiale, aveva, in un primo tempo, mantenuto un atteggiamento di neutralità, nel maggio 1915, dichiarò guerra  all’Austria-Ungheria, creando per quest’ultima una situazione di estrema criticità, tenuto conto che, fin dall’agosto 1914, la gran parte degli effettivi dell’esercito austroungarico era impegnata contro la Russia sul fronte orientale.

Da quel momento i forti del Tonale furono soggetti ai consistenti bombardamenti delle artiglierie italiane che però non riuscirono ad annientarne l’efficacia difensiva, ad eccezione del forte Zaccarana che invece fu centrato dai cannoneggiamenti nemici fin dai primi mesi dall’inizio delle ostilità. Negli anni che seguirono la fine della guerra, le fortificazioni che, per un primo periodo, furono protette dalle severe sanzioni emanate dalle autorità italiane, tese ad impedire azioni predatorie da parte della popolazione, furono, negli anni trenta, oggetto di incontrastato saccheggio finalizzato al recupero di materiale, soprattutto metallico, per fronteggiare la profonda crisi economica in cui, in quegli anni era precipitata la comunità di Vermiglio come del resto gran parte della popolazione italiana. Fu così che i “recuperanti” , utilizzando l’esplosivo ricavato dai proiettili inesplosi rinvenuti e disinnescati, non di rado anche a prezzo di gravi incidenti, talvolta mortali, fecero saltare le possenti strutture in calcestruzzo entro cui erano imprigionate le armature metalliche di rinforzo che venivano prima sezionate e poi trasportate e vendute, insieme alle corazze d’acciaio degli armamenti pesanti, ancora installati nei forti. Tale azione che è poi andata   diminuendo man mano che le condizioni economiche della popolazione miglioravano, ha ridotto le imponenti fortificazioni austroungariche in ammassi di ruderi che, in alcuni punti, sono stati letteralmente ingoiati dallo sviluppo quasi secolare della vegetazione circostante. 

Il Comune di Vermiglio, da tempo  impegnato a favorire ogni iniziativa tesa alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale che caratterizza un’ importante parte della sua storia, ha colto l’occasione per riportare alla luce i segni indelebili che il suo territorio, trasformato allora in un immenso campo di battaglia, ancora conserva. L’esigenza di mantenere viva la memoria di tali eventi ha indotto l’Amministrazione Comunale ad impegnarsi per  il recupero e la fruibilità degli elementi strutturali che rappresentano la più eloquente testimonianza di ciò che è accaduto lungo la linea del fuoco e nelle retrovie austroungariche nel periodo 1915-18.

 La parziale ristrutturazione di Forte Strino, completata già da più di dieci anni, costituisce un forte richiamo per gli appassionati e anche per quanti non hanno avuto ancora la possibilità di prendere contatto con questo particolare aspetto della storia moderna. In coerenza con quanto sopra, al fine di favorire la migliore fruibilità delle informazioni, in un quadro di riferimento più chiaro ed esaustivo, è stato inaugurato nel 2006 il Museo della Guerra di Vermiglio ove sono custoditi innumerevoli reperti, armi, oggetti personali dei soldati e copiosa documentazione nonchè preziosi cimeli. Sono già in corso specifiche attività finalizzate al recupero e alla valorizzazione dei resti delle fortezze e  specifici interventi di sistemazione viaria e segnaletica dei sentieri onde  facilitare al massimo il raggiungimento delle fortificazioni attraverso escursioni e passeggiate che non richiedano un particolare impegno fisico.


Marcello Serra

 
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